Go to Promo Pool EKP

Visit Space Race Records

X Mouth Syndrome – Dirty Grace | Review by Review by Flux webzine

Una storia breve eppure molto travagliata tra cambi di lineup e di label, una musica che rispecchia questa spasmodica ricerca di una identità. E’ la storia dei francesi X Mouth Syndrome, la creatura polimorfa di Dragan Vujcic, cantante, produttore e compositore dei brani. Costantemente alla ricerca di nuove persone che lo stimolino, oggi ha al seguito tre musicisti. Gli XMS del 2014 sono un quartetto che ama sperimentare in varie direzioni, dall’EBM all’electro passando per il synth pop, mantenendo sempre costante l’interesse per le linee melodiche, unico comun demoninatore di un album che, a fatica e non sempre con successo, adocchia sempre un po’ al gusto del momento e rielabora la matrice postindustriale con un’etica pop-olare.

Se a volte la ricerca della facile melodia e, in generale, dell’immediatezza, genera i risultati sperati, altre volte risulta stucchevole e, in particolar modo nella seconda metà dell’album (composto, nella sua totalità, da ben venti brani), tende ad uniformare tutti gli episodi tendendo a far smarrire il filo del discorso e a far emergere ben pochi brani in un lotto forse troppo vasto.

L’opener è uno degli episodi più interessanti, un synth pop molto moderno e strumentale che rievoca territori orientali. La pecca maggiore è l’eccessiva uniformità delle linee ritmiche, ma in definitiva questo, così come “Dirty Grace” e “It’s Extreme”, non è affatto un brutto episodio. Il primo è un synth-pop cadenzato e incentrato sulla vocalità del mastermind e su una semplice melodia, mentre il secondo aumenta i battiti in una cavalcata electro-pop-punk dalla facile presa anche per le dancefloor meno abrasive. Mentre “Androgyny” è caratterizzata da un incedere più cadenzato, da sonorità lontanamente wave (così come da tematiche sessuali), “Kill u With Fun” dà voce a Liza, cantante non eccezionale ma che contribuisce a variare un po’ la proposta dei nostri. “The Cry” parte da un beat EBM generico e molto semplice ma comunque molto pop e melodico, e così si va avanti passando per brani certamente non memorabili ma che faranno la felicità dei fan del synth pop moderno, pomposo e melodico arricchito da un vago apporto electro.

Episodi più veloci e diretti come “Good Times” e “Just Need The Beat”, dal titolo esplicativo, si alternano a momenti più riflessivi come “The White Light”, che prende in esame la tematica della morte, e a episodi più electro pop come “Find a Way”, in cui alla voce c’è ancora Liza.

Al termine del disco si ha la sensazione di trovarsi non di certo di fronte ad un album fondamentale, ma comunque ad un prodotto ben realizzato, caratterizzato da una produzione moderna e impeccabile, ricco di influenze differenti seppure sempre molto melodico e particolarmente orientato ai dancefloor alternativi.

Link