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Vuduvox – Vaudou électrique | Review by Flux webzine

Dopo aver assistito alla fase uno del clamoroso revival electro e, soprattutto, di quello EBM, durante il quale tante vecchie glorie così come “nuove leve” si sono scatenate nella creazione di (tanti) dischi fotocopia e (pochi) lavori davvero originali, con quella marcia in più, ora è arrivato il momento in cui solo i migliori vanno avanti offrendo prodotti innovativi che, in qualche modo, si separano dal mucchio. La sperimentazione è sempre dietro l’angolo, che si appoggi al minimalismo o che faccia affidamento su solidi pilastri fatti di sudore, muscoli e 4 / 4. Tanti anni fa, dice la storia, all’electro veniva stupidamente rimproverato il fatto di essere un fallito wannabe rock. Poi arrivarono i Front 242 prima e, soprattutto, gli Skinny Puppy poi, che dimostrarono il contrario. Sì, è vero, un gruppo industrial metal come i Ministry stava lavorando in una direzione più dura ma anche più distaccata dal contesto elettronico, molto più orientata verso il metal. E’ nel 1986 che Dig it dei cuccioli affamati fa compiere al genere un passo epocale. Il resto, come si suol dire, è storia.

Perchè questi preamboli? Non solo perchè sono belli ma perchè i Vuduvox (Voodoo vox), con Vaudou électrique, pagano, guarda caso, il loro tributo anche ai canadesi. Attenzione: non sono cloni, tutt’altro. Loro fanno una EBM solida, talvolta più muscolare e mid tempo, talaltra più spedita, ma hanno in sè due innegabili geni di Ogre e i suoi: il sampling e, soprattutto, le chitarre! Quanti gruppi saranno stati influenzati da Rabies? Tanti, tantissimi, e anche questo duo francese composto da Jean-Christophe van Thienen alla voce e al programming e da Olivier T, già percussionista di Grandchaos (del cui ultimo lavoro abbiamo parlato di recente) e dei mostri sacri Signal aout 42. Non necessariamente c’è molto di più, ma il duo ha una sua propria identità fatta di attitudine punk e di passione e voglia di sperimentare nell’electro, il che li rende unici. Nelle parole del frontman, il titolo dell’album gioca su una contrapposizione di fondo: il voodoo viene interpretato come metafora di ritmiche e suoni tribali, mentre electric rimanda all’immaginario moderno (elettronico, post-industriale). Vaudou électrique è la piattaforma in cui il suono primordiale e la tecnologia si incontrano e si fondono.

Solidità, sì, ma non per questo ripetitività. Certo, gli episodi sono tanti, alcuni hanno uno stile simile, ma ci sono senz’altro molti brani che si emancipano dal concetto di lotto di canzoni e che lo rendono un album da avere nella propria collezione. C’è anche una forte ironia nell’autocelebrazione degli skit in cui ricorre il loro nome. Quindici brani a cavallo tra electro, EBM, industrial rock e un velato alone di minimalismo (influenza dei Buzz di J.C.) nonchè un alone punk di fondo, che dona al tutto una certa fisicità.

Questa è musica vecchio stampo e non c’è posto per il dancefloor sebbene la pulizia della produzione e le ritmiche accattivanti siano ben più che trasportabili all’interno del contesto danceable. Il lavoro è stato coprodotto da Dirk Da Davo dei The neon judgement e il master è stato realizzato, per quanto riguarda il cd fisico, da Len Lemeire degli Implant e, per quanto riguarda invece la versione digitale, da Maurizio Fasolo degli storici Pankow e la qualità si sente, eccome.

Soffermiamoci sui testi, tavolta criptici, ricchi di anagrammi e in francese, dei quali, gentilmente, lo stesso J.C. ha fornito la spiegazione. L’opener è dedicata a Gary Asquith dei Renegade Soundwave, un punk che venne sempre più dirottato verso l’electro e le tematiche relative alle macchine, e la sua voce è presente nel brano. Berlin è un brano sulla capitale tedesca e su come abbia vissuto la sua storia durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda fino ad oggi, influenzato in questo dalla cinematografia. So kalt parla di una persona che tenta di scappare dalla fu Berlino est e che viene individuato in una terra di nessuno e Kamikaze è un brano sullo sgretolamento della nostra società e sulla musica, soprattutto quella più oscura, vista come porto di ancoraggio, tematica cara a tanti artisti industrial. Avec toi e Bruit blanc hanno come tema cardine la musica elettronica come forma d’identità culturale nel mondo occidentale. Au rythme des incendies parla di come, mentre alcuni scendano in strada a protestare, altri preferiscano ballare dentro i club. Ils descendront du train è un brano incentrato sull’Olocausto, che vuole spingere a riflettere sul fatto che quello che accadde non fa solo parte del passato, che non bisogni dimenticare mai. Fascination parla, invece, di una donna tentatrice, mentre Vu-du-vox è un episodio chiaramente autocelebrativo che vuole esprimere il loro entusiasmo per questo loro progetto e la voglia di dedicarcisi con tutte le proprie forze. L’usine mostra lo spaccato delle grigie città industriali e post-industriali del nord della Francia, del Belgio, della Gran Bretagna e del Nord Europa in generale e parla di come le macchine abbiano la meglio su quegli zombie, i lavoratori delle 5 del mattino, che subiscono la loro forza, e qui c’è un riferimento ai testi di Emile Zola così come al Metropolis di Fritz Lang o ai film di Ken Loach. Charogne è un brano ironico sulla propria morte ed è un caso come il cantante avesse sperimentato lo stato di coma per dieci giorni.

Parlando più propriamente della musica, i nostri non sono affatto retro, anzi, utilizzano innesti melodici molto moderni, pur nel loro recupero di pratiche legate a vecchi, importanti, numi tutelari. L’opener Sérénade pour un renégat, anche titolo del loro demo del 2012, è una delle sintesi più precise del sound dei due artisti, un mid-tempo con inserti di chitarra e sampling che non fa rimpiangere una ipotetica versione quadrata dei Puppy. Macigni come la già citata Disco-démolition o L’usine sono mid-tempo lenti e pesanti come valanghe, mentre Berlin e So kalt vivacizzano l’atmosfera buttandola sull’industrial rock e sul punk. Bruit blanc è uno dei brani più interessanti, sempre in bilico su un synth pop molto elettronico il quale mette in mostra la grande ampiezza di vedute del duo e la grande capacità di differenziare la loro ricetta, evidenziando un songwriting molto maturo. Del resto, è lecito aspettarselo da due artisti con alle spalle una carriera di tutto rispetto. I dodici skit sono degli spezzoni di brani mai compiuti, utilizzati come collante tra i brani veri e propri.

Gli ultimi brani sono tra gli episodi più interessanti: Avec toi è una calvalcata electro punk con i soliti innesti melodici moderni che ne rendono difficile la catalogazione e così la successiva spasmodica cavalcata, ancor più punk e diretta, ancor più rock e fisica, Vu-du-vox (Part 1 & 2), che chiude in bellezza questo lavoro mai noioso, che riesce sempre a tenere desta l’attenzione. Ebbene sì, i nostri sono riusciti dove tanti hanno fallito, e questo è stato il prezzo del sudore del duo che, con determinazione e tanta esperienza e voglia di fare, ha saputo creare un lavoro innovativo che, per certi versi, guarda già oltre. C’è da prenderne esempio.

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