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Guilt Trip – Brap:tism | Review by Flux webzine

Forse i canadesi Skinny Puppy non avrebbero mai pensato che, nel momento in cui coniarono la definizione di to brap da intendersi come l’atto di stare insieme, inserire strumenti elettronici, eccitarsi e registrare, qualcuno avrebbe poi realizzato un album dal titolo Brap:tism che, in un certo senso, rappresenta molto bene questa pratica.

Il duo svedese Guilt trip formato da Karl Lindberg e da Magnus Nilsson non è affatto nuovo nella scena: la prima release risale al 1999 ma solo ora i due, tramite un contratto con l’italiana EK Product, riescono ad uscire dal parziale anonimato in cui si trovavano precedentemente. Il loro sound è particolarmente variegato e, in un certo senso, affonda a piene mani nella scuola canadese.

Schiacciando play è subito evidente che, a partire dall’emblematica opener “Biopticon”, l’influenza principale siano i Puppy degli anni ’90, con l’eccezione dell’utilizzo di una voce piuttosto pulita dalla quale traspare una certa emozione. Per il resto, la lunga introduzione a base di atmosfere postindustriali e sampling a catena fa subito entrare l’ascoltatore nel vivo di un album che, certamente, paga un suo tributo ai maestri, ma che riesce ad avere una propria personalità. Mentre una ritmica in mid tempo (chi ha detto Worlock?) si trascina lentamente, un substrato di complesse trame electro si inserisce perfettamente nel discorso. Sin qui le premesse sono ottime, anche se c’è da lavorare sulla personalità.

Ecco che allora, come giustamente chiamata, arriva la successiva “Waiting in Pain”, un episodio decisamente più industrial rock sulla scia dei vari 16 Volt ed altri nomi simili, ma che mostra una verve personale (e questo non può che fare loro bene). Proseguendo per brani più orientati al dancefloor ma, comunque, caratterizzati dall’utilizzo del sampling e di giri elettronici non da poco, con “Creep and Crawl” ci si lancia nella goa trance e qui il paragone più prossimo risulta Juno Reactor. Fin qui i nostri hanno già dimostrato di essere capaci di modellare a dovere la loro formula a seconda delle situazioni.

Nei brani successivi i due dimostrano di conoscere molto bene anche la lezione di NIN / How to Destroy Angels uscendo dai confini precedentemente tracciati per sperimentare, nel senso più largo possibile, nelle soluzioni elettroniche più influenzate dalla forma rock, e non solo. Con “Tail of a Whail” si torna poi su lidi più vicini al sound dei canadesi sperimentando le loro più recenti soluzioni elettroniche. La ritmica si fa particolarmente groovy, la voce è sempre meno umana e i giri electro si fanno sempre più intricati come la tela di un ragno, mantenendo un certo gusto per la melodia elettronica (anch’essa ben presente negli ultimi lavori di Ogre e soci).

Con “Fist Resist” si torna a sperimentare con un downtempo atmosferico stavolta più legato, in un certo senso, ai Frontline Assembly più recenti, per poi concludere con un episodio strumentale parecchio interessante come “The Itch”, astratto e interessato da un sampling intelligente, una sorta di risposta svedese a Download, l’ultimo brano di Last rights.

Un lavoro che, sebbene non si vergogni mai di mostrare le proprie influenze chiare e nette, riesce ad essere interessante e fresco, in particolare per tutti gli aficionados di un certo tipo di electro industrial. Per gli altri è un disco da provare perchè il songwriting è ben sviluppato, le linee vocali sono accattivanti e il mood fa il resto. Con queste premesse, sentiremo ancora parlare di loro.