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Grandchaos – We suffer when the world changes | Review by Flux webzine

La scena EBM belga sta tornando sulla cresta dell’onda, non è affatto una novità. Il lavoro svolto, a suo tempo, dai pionieri della musica per i corpi, inutile fare nomi già ricordati fino allo sfinimento, continua a dare molti e variegati frutti, chi più chi meno. Si potrebbe dire, ormai senza esitazione, che siamo entrati in una nuova golden age del genere, a dispetto di quanto non avremmo mai immaginato sino a qualche anno fa.

Forse non tutti conosceranno l’operato del poliedrico musicista russo Grandchaos, all’anagrafe Tcheleskov Ivanovitch, autore di demo tapes oscurati dalla polvere ma testimonianti il fatto che il Nostro ha imparato dai migliori. In seguito all’esperienza underground sotto il monicker Ivanovitch dans l’ombre e Idlo, come Grandchaos egli ha pubblicato tre dischi, quattro con quello preso in esame. Parlammo già del suo album di debutto quando intervistammo Nader Moumneh, mente e braccio della Electro Aggression Records che, insieme alla Vendetta music, si occupò della sua pubblicazione. Si trattava di una summa di remix ad opera di act storici della scena dark electro, electro industrial ed EBM di un certo tipo, a cui seguì poi Open source e il successivo “Rumours of my life”, prima release uscita per EK Product, ed è sempre per questa label che “We suffer when the world changes” vede la luce.

Un musicista russo che fa EBM non può non utilizzare un immaginario costruttivista come quello della cover (la testa di profilo ha molto del cinema russo degli anni ’10 e ’20), mentre gli ingranaggi, inglobati all’interno del cervello, mostrano il cambiamento e il fenomeno di melting pot che il genere ha, in maniera sempre più forte, manifestato, inserendo strutture e utilizzando strumenti tipici dell’electro industrial. In breve, la musica per i corpi che incontra la musica per le menti, dando origine ad un mix di cui già conosciamo la natura, un ibrido che ha riscritto la storia di tanti artisti. Da qui il titolo, il mondo cambia quando soffriamo e viceversa. E’ un po’ il dilemma che l’EBM non si era posto alle origini e che ora, di fronte alla disgregazione del corpo sapientemente insegnata dalla scuola canadese, si trova a dover affrontare, e il russo lo fa piuttosto bene.

In questo pout pourri di old school EBM, electro e minimalismi vari ed eventuali, si trovano undici brani dal sapore variegato unitamente a cinque remix altrettanto interessanti, alcuni dei quali ad opera di artisti, vecchi o nuovi, che in questo momento sono alla ribalta della scena electro: basti pensare ai redivivi Parade Ground o agli Atropine, i primi belgi, i secondi norvegesi, per citare i più conosciuti e chiacchierati. Ciononostante, il qui presente è un lavoro old school EBM, seppure presenti anche qualche vago richiamo al new beat d’altri tempi, si pensi alla conclusiva End of transmission. Quando si parlava di ritorno in auge della scena musicale ci si riferiva anche alle collaborazioni tra artisti, come nel caso di Jacky Meurisse dello storico duo (ma la mente è lui) Signal Aout 42, dedito all’old school e tornato anch’esso alla ribalta l’anno scorso con un lavoro forse anche troppo monolitico. L’influenza si sente certamente, ma il russo ci mette molto del suo nei due brani in cui queste due anime coesistono (l’opener The light e The death of you and me). Trovate interessanti e fortemente retro, evidenziate da una produzione cristallina (caratteristica del genere) e dai tenebrosi e tradizionali vocals sono presenti un po’ ovunque, tanto negli episodi più riflessivi e cadenzati quanto in quelli più vivaci e vari, si prenda ad esempio la doppia versione di Pulse realizzata con un Roland TR-909 e quella realizzata con un Roland TR-808. La prima è più ritmata, caratterizzata da una melodia particolarissima, mentre la seconda è più liscia e 80′s.

Torniamo a soffermarci brevemente sui remix. Quello dei belgi è orientato al genere dei nostri, un EBM con suoni e atmosfere wave, mentre quello dei norvegesi trasforma la già citata The death of you and me in una marcia oscura, comunque lontana dalla estrema bontà delle loro produzioni, forse un po’ forzati ma assolutamente non fuori luogo. Lo stesso brano viene riaffrontato in chiave minimal / electro da #366 : A Live Lifed, con dei suoni e delle atmos1fere retro che non guastano.

In totale si parla di sedici brani che si fanno ascoltare con piacere e che richiedono un ascolto piuttosto attento per essere goduti in un certo modo. Un artista che ha ancora molto da dire, forse un po’ schiavo soltanto del suo passato e del passato della scena belga (non è necessariamente un difetto).

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