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Cardinal Noire – S.T. | Review by Flux webzine

Il tempo passa per tutti, la storia dell’electro industrial è stata scritta sulla pietra e pochi dei suoi esponenti sono realmente in grado o hanno la volontà di modificare una formula brevettata e di sicura presa, rischiando, come è già accaduto, di non essere compresi. Quale approccio seguire, quindi?

Il duo finlandese Cardinal Noire, che si inserisce all’interno di una più ampia scena composta anche dai Protectorate (a cui i primi sono strettamente legati, come accade nelle piccole scene nascenti), e composto da Lasse W424 Alander (musica e visual) e da Kalle Lindberg (voce e musica), viene dall’industrial metal, nello specifico dai Republic in desire, band poi sciolta, e propone una formula electro affiancabile a quanto detto dalla scuola canadese, ma (e questa è la loro particolarità) sporcata dalle lastre di metallo e appesantita da drum machine granitiche e gelide. Questo è lecito aspettarsi dall’incontro tra Vancouver e Lappeenranta (in Finlandia, la città in cui questi musicisti vivono).

E’ come se cEvin Key, Dominik van Reich e Al Jourgensen si fossero incontrati in uno dei templi del metal estremo. Quel che viene fuori da questo brainstorming è il debut album dallo stesso titolo. Poco più di mezz’ora di musica dura come l’acciaio (retaggio dei vecchi tempi industrial metal) e, tuttavia, intrisa di melodie vicine al synth pop dalle tinte più oscure (alla maniera canadese). Su queste strutture complesse, spesso cadenzate e dannatamente groovy, nel finale dell’album velocissime e furiose e, allo stesso tempo, sperimentali e marziali, si erge una voce effettata che ricorda molto quella di Nivek Ogre, ma dal taglio più diabolico e distante.

I testi cupi, distopici e focalizzati sull’involuzione sociale e, di conseguenza, umana, ben si sposano con una musica cupa e pesante come quella proposta dal duo. Così come l’EBM esprime in musica e testi la perfezione del corpo meccanico, l’electro ne esprime, invece, l’imperfezione: da un lato la forma fisica, dall’altro il decadimento. In questo senso i nostri sono un esempio perfetto di cosa sia l’electro industrial. Tormentati, rabbiosi, confusi, Lasse e Kalle esprimono l’imperfezione e il dubbio, laddove i maestri della body music esprimono la certezza. Come, di fronte all’involuzione sociale e al decadimento fisico, la società può reagire a questa condizione? Ecco che, quindi, lo spettro di film come Terminator e Gunhed, per citarne due già citati molte volte, torna ad aleggiare come un’ombra ejzenstejniana.

La durezza e la grooviness di un brano come “MKIV – Eternal” (probabilmente la sigla del famoso carroarmato della Seconda Guerra Mondiale), si alterna a “Flagellant”, una sfuriata che supera i tentativi dei maestri Ministry e alla marziale “Purgation”, una canzone da fine del mondo conosciuto, sperimentale e cacofonica. “A new form of machinery” è, invece, la loro idea di fusione uomo-macchina, lenta e pesante che, seppur con difficoltà, si fa strada tra le macerie del mondo conosciuto per ricominciare a vivere una nuova vita a tu per tu con le macchine. Che questo sia positivo o negativo spetta a noi deciderlo, ma è già la realtà dei nostri giorni e lo sarà via via sempre di più.

La fine dell’album arriva presto, forse troppo, ma poco importa perchè il valore del duo avrà occasione di tornare a farsi sentire, si spera molto presto. Nel frattempo, godetevi questo degno antipasto.